Tra bici e solidarietà, storia di un campione

Ogni giorno oltre 120 km in sella alla sua amata bici. Terontola-Assisi, Assisi-Terontola per trasportare, al sicuro nel telaio, documenti falsi e fototessere per aiutare ebrei e antifascisti. Stiamo parlando di un uomo di gran cuore e indimenticabile schiettezza, un uomo che ha messo a disposizione le sue forti e potenti gambe per salvare centinaia di vite umane. Nel 2006 il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi gli ha conferito la medaglia d’oro al merito civile per aver aiutato oltre 800 ebrei: stiamo parlando del leggendario Gino Bartali.

Chissà se la sua passione per il ciclismo nacque all’interno di quella piccola bottega dove, all’età di 12 anni, costretto ad interrompere gli studi, iniziò a riparare biciclette. Probabilmente fu così, fatto sta che negli anni ’30 salì in sella per scendervi soltanto 27 anni dopo. Una lunghissima carriera quella di Bartali, non a caso soprannominato “l’intramontabile”, che lo portò alla conquista dei più importanti e prestigiosi titoli.

Un percorso fittamente intrecciato con le vicende della seconda guerra mondiale. Durante quel periodo l’attività sportiva di Gino segnò una battuta di arresto: ufficialmente nel 1943 faceva parte della Guardia Nazionale Repubblicana (forza armata della Repubblica socialista), ma ufficiosamente era già da qualche anno un attivista dell’organizzazione clandestina DELASEM, acronimo di “Delegazione per l'Assistenza degli Emigranti Ebrei”. Con il trasporto di documenti falsi, che permisero a numerosi ebrei di salvarsi la pelle, ha dato prova del grande sentimento di solidarietà che risiedeva in lui, emerso anche nello sport: indimenticabile lo scambio di borraccia con Fausto Coppi, storico rivale, durante la tappa del Tour de France tra Losanna e Alpe d' Huez, il 4 luglio 1952.

Finita la guerra, in un’Italia devastata e segnata dalla fame, “pedalare” era la parola d’ordine; bisognava darsi da fare per far rinascere il Paese dalle sue macerie. Nel 1946 gli italiani pedalarono insieme a Ginettaccio, come veniva fraternamente chiamato, e vissero con lui la terza vittoria del Giro d’Italia. Andata perduta l’identità nazionale, quel trionfo rappresentò l’elemento di aggregazione che permise alla nazione di ripartire più unita e compatta.

Oltre 200 mila i chilometri percorsi in bici, tra gare e “trasporti eccezionali”. 124 le corse vinte su 836 disputate. Un campione dai grandi numeri tanto quanto dalla grande umanità, di quelli per cui ”il bene si fa, ma non si dice. E certe medaglie si appendono all'anima, non alla giacca”.