Oppenheimer, uno scienziato in bilico tra genio e tragedia

“I fisici hanno conosciuto il peccato”. Fu questa la dichiarazione con cui vennero commentati i lanci delle bombe atomiche che rasero al suolo due città uccidendo oltre 200 mila civili. A pronunciarla il padre dell’ordigno nucleare, J. Robert Oppenheimer. Il 6 e il 9 agosto del 1945 sono ricordati, a ragion veduta, come i giorni più bui del XX secolo, secolo ricco di orrori e tragedie. Il rinomato fisico statunitense di origini ebree fu profondamente segnato da questi terribili eventi, tanto da confessare al Presidente Truman di sentirsi le mani sporche di sangue.

Da questa esperienza uscì un Oppenheimer diverso, orgoglioso del suo lavoro ma con il peso di una responsabilità che gli gravò sulla coscienza per il resto della vita. Lo testimonia il fatto che, a capo della Commissione per l'Energia Atomica, espresse il suo fermo disappunto sulla realizzazione della bomba a idrogeno. Aveva imparato dai suoi errori, aveva capito cosa significasse distruggere vite umane ma soprattutto era molto preoccupato per le minacciose implicazioni che la bomba atomica stava creando.

I biografi ufficiali del “distruttore dei mondi”, come egli stesso si definì citando un verso sanscrito, ci dicono che lo scienziato trattasse la fisica come uno svago. I suoi contributi più importanti li troviamo principalmente in ambito teorico. È lui il creatore della scuola teorica statunitense nelle prestigiose università di Berkeley e Caltech. Di rilievo il suo contributo alla teoria dell'elettrone e del positrone e le pionieristiche ricerche su quelli che oggi chiamiamo «buchi neri».

Alla direzione del laboratorio di Los Almos, tra il 1942 e il 1945, si dimostrò capace di dirigere sapientemente il primo team di donne scienziato in quella che lui stesso indicò come “un’impresa potenzialmente capace di portare alla distruzione del mondo”. Il suo stile composto e solenne, ricco di citazioni colte tratte dal greco e dal sanscrito, gli concedeva un fascino particolare, rendendo impossibile ai più ripetere i suoi concetti. Dopo la creazione della bomba atomica godé di una fama straordinaria ma questa non basto a colmare quel vuoto che l’esplosione devastante gli aveva creato dentro. Quella sua opposizione alla costruzione della bomba all’idrogeno, che considerava una potenziale arma genocida, segnò definitivamente la fine della sua carriera e della sua influenza politica. Denunciato di “comunismo”, subì un processo da caccia alle streghe nel quale la sua credibilità professionale venne completamente screditata. Confinato alla direzione dell’Institute for Advanced Studies di Princeton, nel 1963, quasi a volerlo riabilitare, gli venne conferito il premio Enrico Fermi dal Presidente Kennedy, riconoscimento annualmente assegnato a scienziati di fama internazionale che hanno speso la loro vita nello studio, ricerca e sviluppo della produzione di energia.

Troppo tardi per cercare di alleviare o lenire una serie di situazioni dolenti che avevano costellato la sua vita da quell’agosto del 1945. Intelligenza fulminante ma dispersiva, calcoli approssimativi ma idee centrate, probabilmente nulla sarebbe riuscito nell’intento di mettere in pace con se stesso un uomo così patriottico, ligio al dovere e dal grande senso civico. 

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