UMBERTO ECO, GENIO E AUTOREVOLEZZA

“La saggezza non sta nel distruggere gli idoli, sta nel non crearne mai.” Una frase pronunciata, paradossalmente, da un uomo che per ovvi motivi ha finito per essere considerato tale: un idolo. Non sportivo, non del cinema, ma della cultura.

Nell’anno della sua scomparsa, Umberto Eco, ha saputo ricordare a tutti l’importanza del suo immenso e inestimabile lavoro: in primis da semiologo; ma anche come saggista, massmediologo, linguista, storico, giornalista, romanziere e studioso a tutto tondo.

Quasi un’enciclopedia umanistica su due piedi. Senza spocchia e presunzione, rimarrà ineguagliabile per fame di conoscenza e volontà di diffonderla. Due attività, la ricerca e l’insegnamento, che ha sempre portato avanti parallelamente, con forza e convinzione.

Un profilo sempre basso, il suo: presente costantemente nel mondo dell’editoria italiana, ha sempre rifuggito le comparsate televisive, riservandosi a pochi e rari momenti solo sulla Rai, dove ha iniziato la sua carriera come autore subito dopo la laurea. Un’attività che lo avrebbe portato a uno dei suoi lavori più celebri, Fenomenologia di Mike Bongiorno, che costituisce uno dei primi esempi di critica televisiva.

Già dai primi anni ’60, inizia una lunga e proficua attività accademica, che lascerà solo a 75 anni: dapprima a Torino, Milano, Firenze, poi a Bologna dove ha ottenuto la cattedra di Semiotica nel 1975, diventando professore ordinario. All'università di Bologna, diventa anche direttore dell'Istituto di Comunicazione e spettacolo del DAMS, per poi dare inizio al Corso di Laurea in Scienze della comunicazione. Infine, sempre a Bologna, è Presidente della Scuola Superiore di Scienze Umanistiche. Nel corso degli anni arriva anche all’estero, con presenze negli Stati Uniti, nelle Università di Harvard, Yale, Columbia, New York e San Diego, in Gran Bretagna, a Oxford e Cambridge, in Francia ed America Latina.

Umberto Eco portò fin dal principio contributi importanti anche al mondo del giornalismo e dell’editoria italiana: collaborò con il settimanale L’Espresso fin dalla fondazione nel 1955, e con i giornali Il GiornoLa Stampa, Corriere della Sera, la Repubblica, il Manifesto, insieme a innumerevoli riviste internazionali specializzate, letterarie e di dibattito culturale, e dal 1959 al 1975 fu condirettore editoriale della casa editrice Bompiani; a pochi mesi dalla morte, fondò la nuova casa editrice La nave di Teseo.

Infine, la narrativa: con il suo primo romanzo, Il nome della rosa, riscontrò un grande successo sia presso la critica sia presso il pubblico, tanto da divenire un best-seller internazionale tradotto in 47 lingue e venduto in trenta milioni di copie e ripubblicato nel 2012 in una versione “riveduta e corretta”; seguirono Il pendolo di Foucault del 1988, L'isola del giorno prima del 1994, Baudolino del 2000, La misteriosa fiamma della regina Loana del 2004, Il cimitero di Praga del 2010 e Numero zero del 2015, tutti editi da Bompiani.

Un uomo, Umberto Eco, che nonostante le indubbie qualità, ha sempre amato poco gli onori. Anche nel testamento, in cui ha chiesto ai suoi familiari di non autorizzare né promuovere, per i dieci anni successivi alla sua morte, nessun seminario o conferenza su di lui.